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Racconti
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| IL BUCATO DELLE NONNE |
Voto:
3,67 |
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Come ad ogni primavera, quel giorno si celebrava il rito del bucato, fra mastelli di acqua bollente e cenere dei focolari. Le donne, le mani arrossate dal calore dell'acqua e dal freddo dell'aria, i grembiuli a proteggere le vesti, i capelli nascosti da grandi fazzoletti, colorati per le giovani e neri per le altre, intonavano canzoni popolari, cercando di alleviare la fatica col canto. I bambini più piccoli, tenuti lontani dalle grida materne, intrecciavano giocosi girotondi, mentre i più grandicelli aiutavano, portando secchi d'acqua e cenere.
La mattina, la sveglia aveva suonato prima del solito, addirittura prima del canto del gallo: c'era chi non aveva dormito che poche ore, per non lasciar spegnere del tutto il fuoco e per ottenere una quantità di cenere sufficiente a lavare un bucato costituito da tutte le lenzuola usate durante il lungo e gelido inverno, quando ci si limitava a lavare i capi utilizzati tutti i giorni, come camicie, pantaloni, maglie, anche perché nessuno possedeva abbastanza cambi per potersi permettere di non lavarli man mano che venivano indossati e sporcati. Per non parlare degli abiti della festa: averne uno a persona era già un lusso, naturalmente venivano passati di padre in figlio e dai fratelli maggiori a quelli minori, lo stesso per le ragazze, un po' più fortunate, perché era più facile reperire un pezzo di stoffa per cucire una gonna, che non il pesante panno per gli abiti maschili. Se l'acqua per mettere i panni in ammollo si poteva facilmente ottenere, mettendo la pentola sul fuoco, la mancanza di acqua corrente nelle case costituiva un impedimento per un bucato almeno settimanale, infatti, i pochi panni lavati durante l'inverno dovevano essere sciacquati nelle fontane all'aperto, dopo aver rotto lo strato di ghiaccio che le ricopriva: figuriamoci quale poteva essere la temperatura dell'acqua... Il rito del bucato, tramandato di madre in figlia, seguiva delle regole ben precise. Dapprima, tutta la biancheria, momentaneamente stipata in qualche cesto, o cassapanca, in soffitta, veniva messa in ammollo nell'acqua bollente, quindi insaponata con vigore, poi posta a bollire sul focolare, dove il mastello di ferro veniva svuotato, attraverso il foro in basso, per poi essere nuovamente riempito con acqua pulita, portata con i secchi.
Successivamente, nell?ultima bollitura veniva aggiunta la cenere, scelta con cura, pulita da ogni tipo di residuo, come tizzoni anneriti.
Poi, reggendo i pesanti mastelli, le donne si avviavano verso il lavatoio, dove i panni venivano sciacquati con l?acqua fredda della sorgente, che alimentava la fontana.
Dopo, era tutto uno sventolio di lenzuola candide, di lino, di cotone, di canapa e di camicie da notte, che poco concedevano a pizzi e merletti, di castigatissime sottovesti, di tovaglie ricamate a mano e di qualche capo personale, nascosto fra la biancheria, per pudore.
Nonostante la fatica ed il freddo, il giorno del bucato costituiva quasi una festa, sia per le ragazze, che potevano finalmente uscire di casa, sfuggendo alla rigorosa sorveglianza materna e, mentre si dedicavano anche loro al lavoro, potevano lanciare occhiate e sorrisi ai giovanotti, incontrati, sempre sotto l?occhio vigile degli adulti, durante le veglie serali, nelle stalle, dove il caldo buono delle mucche permetteva di risparmiare la legna e poco importava se, dopo i lunghi ?filò?, (così erano dette quelle serate in compagnia), gli abiti non erano più tanto profumati: nessuno se ne accorgeva, essendo tutti nella stessa situazione, sia, ovviamente, per i ragazzi, che potevano osservare le giovani ?alla luce del sole? e non ?a quella di candela?, alla quale, recitava un vecchio ed antipatico proverbio: ?non si stima né donna, né tela!?.
A quei tempi, il femminismo non aveva ancora fatto la sua comparsa ed il detto era riportato, impunemente, dagli uomini ed anche dalle stesse donne.
Le mamme e le nonne, mentre attizzavano il fuoco, potevano scambiarsi gli ultimi pettegolezzi e svelarsi, a vicenda, tanti piccoli segreti, sentiti, sempre, durante i lunghi ? filò?, mentre lavoravano a maglia le calze di lana, che gli uomini avrebbero indossato dentro i pesanti scarponi, per proteggersi dal freddo.
Le serate non erano mai abbastanza lunghe per raccontarsi tutto, per chiedere consigli alle più anziane, per confidare un segreto alle amiche, inoltre, nelle stalle, c?erano sempre gli uomini, che, benché occupati a parlare del futuro raccolto, o del bestiame, mentre giocavano a carte, riempiendo, ogni tanto, la pipa, non disdegnavano di prestare, con studiata indifferenza, un orecchio alle chiacchiere delle consorti, sorelle, madri e fidanzate, curiosi, ma senza ammetterlo, di carpire qualche parola, su cui ?ragionare? fra di loro, mai avrebbero usato, per loro, il termine ?spettegolare?!
Tagliare i vestiti addosso alla gente, si sa, è prerogativa femminile, di che cosa discutessero, poi, nelle osterie, non era dato sapere con assoluta certezza, ma si può anche immaginare!
Nel giorno di bucato, i mariti si tenevano ben lontani, occupati nel lavoro, che si protraeva ben oltre l?orario degli altri giorni: dovesse mai capitare che le donne chiedessero loro un aiuto, per alimentare il fuoco, o portare legna, o dell?acqua...
Così, per loro, era veramente occasione di festa: la sosta all?osteria poteva durare molto più del solito, visto che la casa era ?occupata? dalle donne e si sarebbe cenato in ritardo.
(Erano tempi, quelli, in cui gli uomini la facevano da padroni, o, per lo meno, si ritenevano tali, salvo poi ?cedere? al volere delle donne di famiglia, non senza essersi fatti pregare a lungo.
Erano anche tempi di fatica, privi di ogni comodità, o accessorio, che rendesse le fatiche giornaliere almeno un po? meno pesanti.
Ma erano anche tempi che ci hanno lasciato preziose eredità di saggezza, dalle quali attingere anche ai giorni nostri, come l?uso della cenere, che sbiancava il bucato, rendendolo candido ed abbagliante, tanto diventava pulito).
La sera, i ferri da stiro, riempiti di braci, avrebbero percorso quelle tele, profumate di sapone e di spigo, ma, soprattutto, dell?aria dei monti, che li aveva asciugati.
Ed infine, sarebbero stati riposti nelle cassapanche, col solo vezzo di qualche sacchettino di lavanda, a conservare la freschezza di quell?interminabile giornata di immensa fatica.
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MARIATERESA, ORBASSANO |
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